Leondino Giombini

Durante la preparazione della stagione 2008/2009 a Modena il tecnico di allora ci presentò una nuova figura all’interno dello staff tecnico : Roberto Merli Personal coach.
Se a molti giocatori italiani e stranieri la parola “coaching“ non diceva un gran che,

a me invece richiamava un’immagine molto chiara, quella dello strizzacervelli di noi giocatori; nella mia testa già immaginavo che Roberto ci avrebbe presentato un lavoro strano per i miei canoni poco comprensibile, insomma … tempo sprecato.

Questa mia convinzione nasceva dalle esperienze degli anni precedenti. Altri allenatori avevano provato a portare all’interno dello staff una figura professionale con lo stesso obiettivo e io, che normalmente sono incline a provare nuove strade, non avevo avuto alcun riscontro positivo da tale lavoro: esercizi di cui non capivo l’utilità, momenti trascorsi con la squadra dove l’unica sensazione era quella di perdere tempo, se non addirittura quella peggiore di fare danni al gruppo stesso. Quindi, potete immaginare il mio stato d’animo e la mia scarsissima propensione a rimettermi a provare a migliorare il mio gioco senza nemmeno un pallone tra le mani, senza sudare, senza stare in palestra; impossibile, io ci avevo già provato altre volte e vi assicuro mi sembrava assolutamente impossibile.
Il primo incontro con Roberto era stato programmato dalla società, quindi obbligatorio per noi giocatori, da lì poi era nostra facoltà decidere di utilizzare oppure no quella che la società definiva un’opportunità che metteva a nostra disposizione.
In quella prima sessione “conoscitiva” io ho chiaramente riportato le mie precedenti esperienze, Roberto mi ha spiegato in cosa mi poteva aiutare e proprio questa è stata la chiave che mi ha fatto avere un approccio diverso da quello precedente. Roberto mi aveva spiegato lo spirito con cui intraprendere il lavoro, io l’avevo ascoltato attentamente e lo avevo capito e da li siamo partiti.
Nel mio caso capire quello che stavo facendo, perché lo stavo facendo e avere ben chiaro dove stavo andando e quale obiettivo stavo perseguendo mi ha dato una spinta incredibile, non mi sentivo elemento passivo nel lavoro ma ero elemento attivo e stavo lavorando su me stesso. Il lavoro maggiore lo facemmo sulla battuta in salto, alla fine dell’anno molti allenatori mi chiesero che lavoro tecnico avevo fatto per essere migliorato cosi tanto a dispetto di una età non certo da apprendista pallavolista, ma il lavoro era stato tutt’altro che tecnico, la differenza reale è stata a livello mentale. Gli obiettivi tecnici raggiunti mi aiutarono così ad avere un miglioramento anche delle condizioni contrattuali, proprio una di quei risultati che mi ero prefissati ad inizio anno. La mia è stata un’esperienza bella, ma soprattutto utile al mio miglioramento professionale, chissà se lo avessi incontrato prima… buon lavoro Roby e grazie di cuore.